L’ictus non arriva sempre senza preavviso, almeno non quanto si è creduto finora. Una ricerca condotta dal Brigham and Women’s Hospital e pubblicata nel 2025 sul New England Journal of Medicine ha identificato tre biomarcatori nel sangue capaci di segnalare il rischio di ictus con un anticipo fino a dieci anni. Un risultato che rivoluziona l’approccio alla prevenzione ictus e apre scenari concreti per intervenire molto prima che il danno si manifesti.
Perché la prevenzione ictus è ancora una sfida urgente
L’ictus è tra le emergenze sanitarie più devastanti a livello globale. Ogni anno causa oltre 7 milioni di morti nel mondo, un numero che da solo spiega perché la comunità scientifica stia investendo enormi risorse per anticiparne l’insorgenza. In Italia, e in Sicilia in particolare, le malattie cardiovascolari rappresentano una delle principali cause di ospedalizzazione e disabilità permanente.
Il problema tradizionale è che molti fattori di rischio restano silenti per anni. Il paziente si sente bene, non ha sintomi evidenti, e spesso riceve una diagnosi solo quando l’evento è già in corso. Ecco perché la possibilità di stimare il rischio con cinque o dieci anni di anticipo cambia radicalmente le regole del gioco clinico.
I tre indicatori nel sangue identificati dalla ricerca
Lo studio del Brigham and Women’s Hospital ha individuato tre biomarcatori misurabili con un comune esame del sangue. Si tratta di:
- Proteina C-reattiva ad alta sensibilità (CRPad) — un marcatore di infiammazione sistemica, già noto in cardiologia ma ora associato in modo più preciso al rischio cerebrovascolare;
- Colesterolo LDL — il cosiddetto colesterolo “cattivo”, la cui presenza elevata nel sangue è da decenni correlata alle patologie vascolari;
- Lipoproteina(a) — una molecola lipidica geneticamente determinata, meno conosciuta dal grande pubblico ma sempre più al centro dell’attenzione della ricerca cardiovascolare.
La combinazione di questi tre valori consente, secondo i ricercatori, di stimare il rischio di ictus a cinque e a dieci anni di distanza. Non si tratta di una diagnosi definitiva, ma di uno strumento predittivo che permette al medico di intervenire con modifiche dello stile di vita e terapie mirate in una finestra temporale utile.
Cosa significa avere un biomarcatore alterato
La proteina C-reattiva ad alta sensibilità segnala uno stato infiammatorio cronico a bassa intensità che, nel tempo, danneggia le pareti dei vasi sanguigni. Il colesterolo LDL elevato favorisce la formazione di placche aterosclerotiche nelle arterie cerebrali e carotidee. La lipoproteina(a), invece, è una variabile in larga parte genetica: non risponde alle diete né all’esercizio fisico, ma la sua misurazione consente di identificare soggetti ad alto rischio che altrimenti risulterebbero “nella norma” secondo i parametri standard.
Avere uno solo di questi valori fuori soglia non equivale a una condanna. Averne due o tre contemporaneamente alterati, però, configura un profilo di rischio che richiede attenzione clinica immediata. La forza dello studio sta proprio nell’approccio combinato: nessun singolo marcatore è sufficiente da solo, ma l’analisi integrata dei tre offre una finestra predittiva inedita.
Il contributo parallelo dell’Erasmus MC di Rotterdam
Il Brigham and Women’s Hospital non è l’unica istituzione ad aver lavorato su questo fronte. Anche l’Erasmus MC University of Rotterdam ha condotto una ricerca autonoma sulla previsione dell’ictus con un anticipo decennale, i cui risultati sono stati pubblicati sul Journal of Neurology. Due studi indipendenti che convergono nella stessa direzione rafforzano significativamente la solidità scientifica di questi risultati.
Questo tipo di convergenza tra centri di ricerca diversi è particolarmente importante in medicina: quando più gruppi, con metodologie distinte, arrivano a conclusioni simili, il livello di attendibilità cresce in modo sostanziale rispetto a un singolo studio isolato.
Cosa cambia nella pratica per i pazienti in Sicilia
Per chi vive in Sicilia, dove l’accesso alle cure preventive è spesso condizionato da liste d’attesa lunghe e carenze strutturali nelle ASP, questi risultati hanno un valore pratico immediato. I tre biomarcatori identificati — CRPad, LDL e lipoproteina(a) — sono dosabili con esami del sangue già disponibili nei laboratori analisi del territorio, inclusi quelli pubblici.
Il punto critico è la richiesta: la lipoproteina(a), in particolare, non rientra negli esami di routine e spesso viene prescritta solo in caso di familiarità cardiovascolare accertata. Chiunque abbia fattori di rischio — ipertensione, diabete, sovrappeso, familiarità con ictus o infarti — dovrebbe discutere con il proprio medico di base la possibilità di includere questo marcatore in un profilo lipidico completo.
La prevenzione ictus efficace non si improvvisa: si costruisce nel tempo, con controlli periodici e una valutazione integrata del rischio. Sapere oggi che tra dieci anni potrebbe manifestarsi un evento cerebrovascolare non è una notizia allarmante — è un’opportunità concreta di intervenire prima che sia troppo tardi. E questa, in medicina, è la differenza che conta davvero. Per approfondire i dati globali sull’ictus e le strategie di prevenzione raccomandate, è utile consultare le schede informative dell’Organizzazione Mondiale della Sanità.
Questo articolo è stato realizzato con il supporto dell'AI e sottoposto a revisione editoriale.








